Riscaldamento globale e locale. Un convegno nel Roero – di Luigi Franco – Corneliano d’Alba, 1 – 12 – 25

Riscaldamento globale e locale. Un convegno nel Roero

Lo scorso 29 novembre si è tenuto, nel salone comunale di Monteu Roero, un interessante
incontro con il climatologo Luca Mercalli, che ha presentato il suo ultimo libro “Breve storia
del clima in Italia” (Einaudi, 2025). Erano presenti, oltre a parecchi sindaci e giornalisti,
l’associazione del “Tartufo bianco delle Rocche” e i rappresentanti di varie pubblicazioni
locali, tra cui “La chiacchiera”, “Il paese”, “Il perno”, ecc. A questi ultimi è stato consegnato
un attestato di riconoscimento per la loro pluridecennale opera di animazione e
informazione, anche su tematiche ecologiche di rilievo locale e non solo.
La presentazione del libro, alla quale è seguito un vivace dibattito, come prevedibile ha
avuto toni preoccupanti per la gravità della posta in gioco, ivi comprese le ricadute della
débacle ambientale globale sul territorio italiano, particolarmente fragile ed esposto. E,
nello specifico, su quello roerino e soprattutto sul suo settore agricolo e turistico.
Dopo un’accurata ricostruzione dell’evoluzione climatica a partire dal Paleolitico, l’autore si
è concentrato sulla drammatica situazione attuale e sulle sue prospettive, tanto più fosche
quanto più si accumuleranno ulteriori indugi nel correre ai ripari. Purtroppo, il problema
principale è proprio il negazionismo e l’ostruzionismo da parte di chi dovrebbe orientare
correttamente l’opinione pubblica e intervenire efficacemente per la decarbonizzazione
dell’economia e la drastica riduzione delle emissioni inquinanti. A più di cinquant’anni
dall’allarme sui “limiti dello sviluppo” (1972) e dopo innumerevoli vertici e COP, i risultati
sono deludenti e continua a prevalere il partito del “business as usual”. L’ultimo esempio è
la COP 30 in Brasile, chiusa con un nulla di fatto e disertata dagli stessi Stati Uniti, ossia
dei principali responsabili del disastro in corso. Come scrive Mercalli nel suo libro,
“l’inferno si può ancora evitare, ma la finestra per agire si sta chiudendo”.
E dire che i segni premonitori dell’ “inferno” ecologico non mancano, anche a livello locale.
Oltre a eventi estremi sempre più frequenti (alluvioni ricorrenti, cicloni, super-grandine,
ecc.), estati sempre più “africane” e siccità prolungate mettono a rischio non solo il tartufo,
ma anche colture tradizionali come la vite, destinate a spostarsi verso nord, mentre si
diffondono specie aliene e invasive, nuovi parassiti e possibili pandemie. Gli scenari più o
meno apocalittici del futuro dipenderanno dalla tempestività nel contenere l’aumento della
temperatura (possibilmente non più di 2 gradi entro fine secolo, anziché 4 o 5), per evitare
eccessivo scioglimento di ghiacciai e calotte polari, innalzamento del livello marino e
inondazioni costiere, dissesto idrogeologico e così via. Tali catastrofiche conseguenze,
incluse “guerre per l’acqua” e per risorse sempre più scarse, nonché inaudite ondate di
profughi climatici, saranno ovviamente a carico delle presenti e soprattutto delle prossime
generazioni, per tempi imprevedibili.
La crisi ecologica, che si somma e intreccia con quelle sociali, finanziarie, tecnologiche e
geopolitiche, è a monte etica e culturale, il riflesso della mentalità “dopo di noi il diluvio”.
Gli scenari distopici da tempo prospettati dagli scienziati cadono nel vuoto, ignorati dai
“poteri forti” troppo impegnati ad espandersi ed arraffare, investendo nel fossile, nel
militare, nel supertech.
Da chi è indifferente e ostile verso i contemporanei, come aspettarsi sensibilità e
responsabilità verso i posteri? I “boomers”, almeno in parte, volevano cambiare il mondo
e invocavano la rivoluzione; che è poi arrivata sì, ma di segno opposto. Ora, se c’è una
speranza viene ancora dai giovani, specialmente quelli dei “Fridays for future” e tutti quelli
disposti a scalzare le élites gerontocratiche al potere, a credere e impegnarsi per un
possibile mondo migliore.

Abbozzi autunnali – di Luigi Franco – Corneliano 14 Novembre 2025

Abbozzi autunnali
“Dove eravamo rimasti?”, come disse in quel tempo Enzo Tortora tornando a Portobello…
Durante la lunga pausa estiva ( semestre dedicato, nel mio caso, in buona parte alla cura
dell’orto, cosa su cui mi riprometto di tornare) questo sito è rimasto un po’ in stand by, con
la notevole eccezione del Convegno di Lequio sui piccoli Comuni.

Naturale che, inaugurando ora il semestre invernale a San Martino, occasione di traslochi e rinnovi nella
tradizione contadina, ci si ritrovi un grande imbarazzo nella scelta dei temi da trattare.
Anche perché un luogo di dialogo votato alla Pedagogia Globale non può che spaziare
attraverso lo scibile universale, dall’Antropologia filosofica fino alla Zoologia reale o
fantastica, passando per la Cosmologia quantistica e oltre. Già solo il cinquantenario della
morte di Pasolini meriterebbe il giusto rilievo; l’attualità geopolitica, poi, offre spunti a iosa,
come le atroci guerre in corso con relative corse al riarmo, o la crisi ecologica che si
aggrava tra negazionismi e COP fallimentari, o ancora una iper-tecnologia che,
Intelligenza Artificiale in testa, è sempre più un Golem scatenato e fuori controllo. Intanto,
continua a crescere vertiginosamente il folle scandalo dell’ingiustizia, di cui i mille miliardi
di dollari a Musk , o i 50 mila miliardi in mano a tre mega-fondi statunitensi, sono solo i
casi più recenti. Parlo di giustizia economica e sociale perché, invece, è noto che il nostro
attuale governo si riferisce più volentieri al fatto di mettere la magistratura in condizione di
non disturbare i manovratori; allo stesso modo che, quando parla di pace, si riferisce
preferibilmente a quella… fiscale. A proposito di manovratori e legge di bilancio, puntuale
è stata ancora una volta la levata di scudi contro la sacrilega ipotesi di una patrimoniale, in
ottemperanza all’articolo 53 della Costituzione. Ancorché minima, quale sarebbe, ad
esempio, quella proposta dall’economista e storico Alessandro Volpi (1): l’ 1% sui
patrimoni superiori ai 2 milioni di euro ( cioè 350 mila contribuenti su un totale di 43
milioni), quanto basta a impedire lo smantellamento totale dello Stato sociale, garantendo
un gettito annuo di una ventina di miliardi (più della stessa manovra finanziaria 2025). Se
poi, già che ci siamo, si volesse fare una più seria redistribuzione a favore di redditi
minimi, sanità, scuola, beni comuni e servizi pubblici in genere, l’ aliquota potrebbe anche
diventare il 2, o il 10 per cento. O il 20, o il 50, perché no? Dopotutto, ritrovarsi con un
milione di euro anziché due non stravolge la vita, tanto meno a chi non possiedo solo
milioni, ma miliardi.
Di questo e altro mi piacerebbe discutere, ma ovviamente non c’è solo l’attualità, la
“triste scienza” economica, la dantesca “aiuola che ci rende tanto feroci”… Ci sono anche
l’arte e la letteratura, i grandi temi morali e universali, le eterne questioni fisiche e
metafisiche, con cui non mi dispiacerebbe cimentarmi. (2)

(1) v. la pagina Facebook “Economia Politica Giustizia Lavoro nella Visione Globale Micro
e Macro”
(2) Dicevo del periodo estivo trascorso nei lavori orticoli: siccome il mio orticello dista da
casa quasi un chilometro, lo percorro a piedi un paio di volte al giorno, sempre con un libro
in mano. Così in questi mesi ho letto e annotato centinaia di libri, che si aggiungono alle
migliaia già accumulati in circa cinquant’anni da pendolare. Molti di essi sono davvero
interessanti e mi piacerebbe condividerli. Magari ci proverò nelle prossime puntate.

Convegno di Lequio T. sui Piccoli Comuni. Qualche breve riflessione in margine

Sabato 27 settembre 2025 si è svolto a Lequio Tanaro (CN), organizzato dal sodalizio

Spiriti Liberi, un convegno sui Piccoli Comuni, quali potenziali fattori di “sviluppo delle

eccellenze e competenze italiane” e di “integrazione e competitività territoriale”.

Tematiche quanto mai stimolanti, così come significativa è stata la presenza tra i relatori,

oltre che di sindaci e amministratori locali, di docenti universitari, esponenti delle realtà

produttive e industriali, ecc.

Si è infatti parlato di tessuto economico e lavorativo, di

servizi e infrastrutture quali i trasporti e le energie rinnovabili, e più in generale delle

condizioni per contrastare o invertire lo spopolamento delle zone “marginali”. Per fare

qualche semplice esempio, in Italia 44.000 chilometri di rete idrica “colabrodo”

richiederebbero interventi urgenti; quanto al monopolio del trasporto privato e su gomma,

esso fa sì che la prima causa di morte e di invalidità siano gli incidenti stradali. Per non

dire poi della sanità e della scuola, del dissesto ambientale e idrogeologico, del patrimonio

edilizio e artistico, ecc.

Concetti come “declino irreversibile”, o addirittura “eutanasia demografica” dei piccoli

comuni, sono spesso impliciti nelle inadeguatezze e nel caos normativo (più di 45.000

leggi, contro le 5000 della Germania!), ma talora persino espressi apertamente, come nel

“Piano strategico nazionale per le Aree interne” varato nell’aprile scorso. Occorrono, al

contrario, in un’ottica di “proporzionalismo”, strumenti e incentivi per favorire una

ridistribuzione più equilibrata, così come della ricchezza e dei fattori economici, anche

della popolazione. Le aree “depresse” e abbandonate, se opportunamente valorizzate e

tutelate, possono restituire un rapporto con la natura e con valori umani autentici, offrendo

una qualità della vita migliore rispetto ai grandi centri congestionati e alle periferie

degradate. L’ “osso” desertificato e la “polpa” cementificata potrebbero tornare a una

nuova vita, più giusta e dignitosa.

A questo punto si obietta, di solito, che mancano le risorse, che la coperta è corta. Ma i

soldi ci sono, invece, per la follia del riarmo, per pagare vitalizi, pensioni d’oro e consentire

elusioni fiscali anche ai patrimoni multimiliardari.

Il fatto è che il problema è morale e culturale. Sarebbe necessario un generale

ripensamento, una radicale inversione di rotta. Se possibile un nuovo Rinascimento, di cui

il nostro Paese potrebbe farsi promotore dopo aver dato tanti cattivi esempi, dalla

Controriforma fino al ventennio fascista e a quello berlusconiano. Bisogna uscire dai

paraocchi del pensiero unico, dai riflessi condizionati dell’ultimo mezzo secolo di

neoliberismo oligarchico e predatorio. Pensare in grande: per esempio, anche a uscire

dalla Nato, o da un’Europa di burocrati e banchieri, proponendo semmai una federazione

di Stati Uniti d’Europa. O meglio, della Terra, superando lo stato-nazione a favore di forme

più evolute di democrazia e fratellanza umana. Ispirarsi, perché no, ai messaggi di un

Gandhi e un Capitini, del Cassola che propugnava il disarmo unilaterale, del Capanna che

ipotizza un Parlamento mondiale, di Edgar Morin che a 104 anni continua a parlare di

“patria terrestre”.

Insomma, non manca certo il materiale per altri futuri convegni, che sollecito gli amici

“spiriti liberi” a indire senz’altro.

Luigi Franco