Riflessioni di Luigi Franco dopo la lettura del libro di Irene Doda “L’utopia dei miliardari. …” – Corneliano d’Alba, 7 ottobre 2026

Ho scoperto per caso il bel libro di Irene Doda “L’utopia dei miliardari. Analisi e critica del lungotermismo” (ed. Tlon, 2024) e l’ho letto con grande interesse ( come intendo fare anche col successivo “Onnipotenti. Come i tecnofascisti stanno plasmando il nostro futuro”, ed.Fuoriscena, 2026). Un interesse come forse non provavo da trent’anni, quando lessi un’opera di Frank Tipler altrettanto stimolante anche se di segno opposto, “La fisica dell’immortalità” (Mondadori, 1995).
Si tratta in effetti di temi basilari che inducono a profonde riflessioni. A partire dall’idea che il futuro è una questione troppo seria per lasciarla solo agli scienziati o, peggio, a dei Paperoni tecnofascisti la cui ideologia è, come afferma l’autrice, “ la deliberata ignoranza dei mille futuri possibili a cui alterità e differenza possono condurre” (p.75). E’ più che mai urgente “riappropriarci dell’immaginazione del futuro, un futuro che possiamo pensare come radicalmente differente dal presente e dal passato che conosciamo” (p.69)
Sottoscrivo l’appello a riprendercelo, il futuro, a non lasciare che a prospettare scenari a medio o lungo termine sia solo una oligarchia, la famigerata super-classe dei “padroni del mondo”. Dietro la loro facciata di valori superiori e pretese ottimizzazioni, ciò che perseguono è sempre il potere, e se possibile l’ immortalità personale sub specie technologica.
Sarebbe bene invece che il potere, così come la ricchezza e la conoscenza, fossero democraticamente distribuiti, e il futuro considerato un bene collettivo da costruire insieme.
Provo dunque, dal modesto canto mio e dando libero sfogo alla fantasia, a immaginare una umanità diversa: consapevole di trovarsi al punto di svolta più fatale della sua storia; decisa a sbarazzarsi di guerre e armamenti, razzismi e intolleranze, ingiustizie e avidità; confederata in una Repubblica Terrestre per progettare e deliberare il destino del pianeta. Una visione globale di fraternità umana, che comprenda anche le altre specie della biosfera. Allora, alle distopie dei miliardari si potrebbe contrapporre una “utopia dei proletari ludisti”, e al lungotermismo d’élite un “mediotermismo” inclusivo. Parola desueta, proletari, in tempi in cui di prole se ne fa sempre meno, a vantaggio di cani o robot da compagnia. Quanto al termine “ludisti”, pur evocando i fautori di una gestione critica delle tecnologie, allude a proletari ludici nel senso di ironici, a rischio di essere ritenuti ingenui e puerili sognatori.
Nella mia immaginazione, o speculative fiction, si confrontano tre partiti.
Il primo è un “Whemt” nichilista, favorevole all’estinzione volontaria dell’umanità, supposta fallimentare e incorreggibile.
Il secondo è quello dei suddetti lungotermisti tecnomiliardari, che puntano sulla “quantità”, ossia a un’espansione cosmica di civiltà post- e trans-umane, e comunque alla massima diffusione della vita intesa come valore sommo, sicché “più ce n’è, e meglio è”.
Il terzo gruppo, quello dei sedicenti proletari ludisti, è sì propenso a proseguire l’esperimento umano ma a certe condizioni, a patto cioè di migliorarne l’andamento, per sé e per il resto della biosfera. Essa non mira a “uscire dalla culla”, a colonizzare l’universo con creature bio-artificiali (super-umani in provetta, potenziati, ordinati su misura on line, replicanti, cyborg ecc.), ovvero con essenze angelico-digitali e simili. No, anzi, propone limiti e cautele, moratorie e restrizioni, in base a principi di responsabilità e precauzione. La tecnica – come il sistema economico-finanziario – non deve più essere un Golem impazzito, monopolio di élite plutocratiche, ma al servizio della centralità umana, al fine di assicurare a tutti una vita “sufficientemente buona”.
Laddove, grazie a pedagogia, educazione e maieutica socratica, tutti avessero adeguati strumenti critici, corretta informazione e facoltà d’espressione, penso che delle suddette tre fazioni tenderebbe a prevalere l’ultima. Lasceremmo così le faustiane velleità di superomismo e proliferazione cosmica, per tenerci stretta la nostra perfettibile condizione umana. La cui dimensione spaziale è e resterà la Terra, il “pale blue dot” di cui parlava Carl Sagan, dove c’è molto da fare per trasformarla in un giardino accogliente, anziché una giungla, un deserto o la dantesca “aiola che ci rende tanto feroci”.
(Continua )